I gatti dal mantello arancione sono circondati da un’aura che mescola tradizione popolare e biologia. Da un lato, il loro colore vivo ha alimentato racconti favorevoli in varie culture; dall’altro, la scienza ha iniziato a chiarire quale meccanismo genetico spinga il mantello verso le tonalità rosse. Questo intreccio tra simboli e molecole rende i gatti arancioni un caso esemplare di come osservazioni quotidiane e ricerca avanzata possano incontrarsi.
Negli ultimi anni, il quadro si è consolidato grazie a due gruppi di ricerca indipendenti che hanno collegato il fenotipo arancione a una specifica modifica del genoma felino. Contemporaneamente, persistono convinzioni popolari sulla personalità dei gatti rossi, spesso considerate affettuose o birichine. L’equilibrio tra folklore e evidenza aiuta a capire non solo l’origine del colore, ma anche come nascano le narrazioni che lo circondano.
Buona sorte e presagi: il colore arancione nel folklore di Giappone, Scozia e Inghilterra
In diverse aree del mondo, i gatti arancioni sono stati letti come portatori di fortuna. In Giappone il legame con prosperità e buon auspicio è particolarmente radicato, rafforzando l’idea che il loro mantello “solare” possa attirare eventi favorevoli. In Scozia e Inghilterra si incontra una convinzione simile: l’avvistamento di un gatto rosso è talvolta interpretato come un segno positivo. Queste letture benevole hanno contribuito a rafforzare l’immagine dei gatti arancioni come presenze protettive e gradite.
Nella tradizione domestica, si è diffusa anche l’idea che un gatto arancione possa tenere lontane influenze negative compresi spiriti o intrusioni indesiderate, forse per l’associazione del colore con il fuoco e la sua capacità simbolica di “bruciare” ciò che è nocivo. Al contempo, si è consolidato lo stereotipo secondo cui i gatti arancioni sarebbero particolarmente socievoli ed estroversi talvolta combinaguai. Si tratta, tuttavia, di generalizzazioni: la personalità di un gatto nasce dall’interazione tra genetica, ambiente e socializzazione non dal colore del mantello.
Dalla superstizione al laboratorio: la delezione in ARHGAP36 pubblicata su Current Biology
Un passo decisivo nella comprensione del mantello arancione è arrivato quando due gruppi di ricerca indipendenti hanno pubblicato i risultati su Current Biology. Le indagini, svolte tra Kyushu University in Giappone e Stanford University negli Stati Uniti hanno identificato una piccola delezione nel gene ARHGAP36 situato sul cromosoma X del gatto. Questa porzione mancante modifica l’attività del gene, con effetti diretti sulla pigmentazione.
In condizioni mutate, ARHGAP36 mostra un’attività maggiore nelle cellule produttrici di pigmento, i melanociti. L’aumento di attività sposta l’equilibrio dalla eumelanina (responsabile delle tonalità scure come nero e marrone) alla feomelanina (alla base delle tonalità rosse e arancioni). In altre parole, la delezione in ARHGAP36 reindirizza la “tavolozza” del pelo verso il giallo-rosso spiegando il caratteristico color zenzero osservato in molti gatti domestici.
Perché tanti gatti arancioni sono maschi: il ruolo del cromosoma X
La localizzazione del gene sul cromosoma X chiarisce anche la frequenza più alta di mantelli arancioni nei maschi. I gatti maschi hanno assetto XY e possiedono un solo cromosoma X: se ereditano l’X con la delezione in ARHGAP36 il fenotipo arancione si manifesta. Le femmine, con assetto XX per risultare completamente arancioni devono ereditare la mutazione su entrambi i cromosomi, evento più raro. In presenza della delezione su uno solo dei due X, il mantello può presentare aree arancioni alternate ad altre, come accade nei pattern calico o tartarugati.
Adattamento, domesticazione e indizi storici dal XII secolo
L’interpretazione evolutiva suggerisce che il tratto arancione possa aver acquisito rilievo durante i processi di domesticazione sostenuto dall’attrazione umana verso colorazioni inconsuete. In questo senso, l’arancione legato al sesso diventa un esempio concreto di come l’evoluzione su scala molecolare costruisca nuove funzioni. «Riteniamo che sia un esempio di come i geni acquisiscano nuove funzioni che consentono l’adattamento», ha osservato Christopher Kaelin del Dipartimento di genetica della Stanford University primo autore di una delle ricerche. Il suo lavoro abbraccia anche colori e motivi in altri animali.
Indizi iconografici mostrano che il mosaico cromatico dei gatti domestici è antico. Esistono dipinti risalenti al XII secolo in cui compaiono in modo chiaro gatti calico a indicare che la mutazione collegata al colore arancione è circolata da molto tempo. L’ampia diffusione odierna dei gatti rossi avrebbe quindi radici storiche, alimentate dall’interesse umano e dalla trasmissione del tratto durante la convivenza con l’uomo.
Nuove piste di ricerca: dall’Egitto ai laboratori di Kyushu
Domande ancora aperte riguardano l’origine geografica e temporale esatta della mutazione. Un’idea affascinante è quella di indagare gli antichi dipinti egizi e perfino di analizzare il DNA di gatti mummificati per verificare la presenza di segni del tratto arancione. A prospettare questa linea di studio è Hiroyuki Sasaki docente al Medical Institute of Bioregulation della Kyushu University che ha coordinato il secondo lavoro. L’approccio unisce archeologia e genetica, con l’obiettivo di tracciare il percorso della mutazione tra arte, cultura materiale e biologia.
In definitiva, il mantello arancione rappresenta l’incontro tra folklore e genomica le storie di buona sorte dal Giappone dalla Scozia e dall’Inghilterra convivono con la scoperta del ruolo di ARHGAP36 sul cromosoma X. Mentre le credenze continuano a colorare l’immaginario, la ricerca illumina i passaggi molecolari che convertono la pigmentazione verso la feomelanina. È un caso in cui curiosità umana e metodo scientifico avanzano insieme, offrendo un quadro più ricco del perché alcuni gatti brillino di rosso.



