Una protagonista con le piume, uno sguardo rasoterra e una scelta estetica controcorrente: Hen – Storia di una gallina porta sul grande schermo un racconto che sfida le abitudini dello spettatore. Il film, firmato da György Pálfiinvita a osservare il mondo partendo da un punto di vista inusuale, quello di una gallina, per interrogarsi su come vengono percepite e trattate le altre specie. La narrazione rinuncia ai comfort del digitale e abbraccia una fisicità concreta, costruita su immagini e suoni essenziali.
L’opera arriva in sala dal 28 Maggio 2026 con la distribuzione di Officine UBUe si distingue per una poetica che mescola rigore formale e densità etica. Lontano dalla computer grafica e dall’intelligenza artificialeil progetto insiste sul valore della presenza reale degli animali, trasformando il set in uno spazio di ascolto. La gallina protagonista non è un semplice simbolo: è un individuo, osservato con rispetto, attorno a cui prende forma una storia sul potere, sulla vulnerabilità e sul nostro modo di definire le gerarchie tra viventi.
Uscita in sala il 28 Maggio 2026 con Officine UBU
Situato nel calendario delle uscite come un oggetto atipico, Hen – Storia di una gallina approda nei cinema dal 28 Maggio 2026 grazie a Officine UBU. La distribuzione accompagna un film che sceglie la via della sottrazione: al posto dei dialoghi ridondanti, una tessitura di immagini e rumori di ambiente; al posto della mediazione digitale, una fotografia che insiste sulla materia, sulle piume, sul terreno, sui gesti minimi. Il risultato è una visione che allena lo sguardo a stare vicino alla realtà, costruendo empatia senza ricorrere a scorciatoie spettacolari.
La scelta del punto di vista della gallina, coltivata con coerenza, non è un espediente: è la chiave per leggere l’intera opera. L’assenza deliberata di CGI e di ricostruzioni sintetiche lascia spazio a una veridicità percettiva che, scena dopo scena, tende un filo tra la protagonista e lo spettatore. Il cinema viene così impiegato come strumento per ribaltare l’ordine delle priorità, mettendo al centro un’esistenza spesso considerata marginale e costringendo a riconsiderare quel che si dà per scontato quando si parla di animali.
Otto galline vere e l’addestramento di Árpád Halász
La coerenza produttiva è il segno distintivo di questo progetto: per incarnare la protagonista sono state coinvolte otto galline reali, ciascuna selezionata per attitudini differenti, così da rispondere alle esigenze delle inquadrature e dei movimenti di macchina. Alla guida del lavoro con gli animali c’è Árpád Halászaddestratore con esperienza internazionale, il cui curriculum comprende collaborazioni in contesti di alto profilo come Blade Runner 2049. La regola non scritta che attraversa ogni decisione è semplice e ferma: rispettare i tempi degli animali, senza costrizioni.
Questa impostazione si riflette nell’organizzazione del set, pensato come un ambiente silenziosocontrollato e privo di elementi stressanti. Le galline, riconosciute come soggetti dotati di sensibilità e limiti, vengono filmate senza forzature, lasciando che la macchina da presa segua la loro presenza invece di piegarla a un copione rigido. È un metodo che rimette al centro il benessere animaletrasformando il backstage nel primo terreno d’esercizio del messaggio del film. Ogni sequenza è quindi il frutto di una collaborazione che accetta l’imprevedibilità come parte della verità dell’immagine.
Un’etica dello sguardo: la gallina come individuo
Raccontare il mondo a livello del suolo non è solo una scelta stilistica: è un atto etico che mira a scalfire categorie e gerarchie. Nel film, la gallina viene mostrata come un soggetto che sente, esplora, si orienta, resiste. Questa prospettiva destabilizza la visione utilitaristica che spesso accompagna gli animali considerati soltanto in chiave produttiva. Senza toni predicatori, György Pálfi costruisce una drammaturgia che lascia emergere domande scomode: quanto valgono le vite ritenute minori? Qual è il confine tra osservazione e sfruttamento?
La sceneggiatura visiva intreccia silenzisuoni naturali e tempi dilatati per attivare una riflessione che non ha bisogno di didascalie. L’assenza di intelligenza artificiale e di manipolazioni digitali rende ogni gesto più concreto: un passo, un battito d’ali, un attimo di esitazione acquistano peso narrativo. È in questa sottrazione che si costruisce la relazione con lo spettatore, invitato a sospendere il giudizio e a confrontarsi con un presente che spesso, fuori dallo schermo, scivola nell’invisibilità. La scelta di far parlare le immagini riporta il cinema alla sua funzione primaria: guardare davvero.
