L’industria del pesce si trova di fronte a tre grandi cambiamenti interconnessi: la rapida espansione dell’acquacoltura l’organizzazione di una complessa filiera del freddo che porta il prodotto a Milano e le conseguenze ecologiche di eventi estremi, come lo tsunami del 2011 in Giappone.
Le proiezioni più recenti indicano che, entro il 2040, quasi la metà del pescato globale potrebbe essere destinata alla produzione di farina e olio di pesce per alimentare gli allevamenti ittici. Questo dato dipende soprattutto dalla composizione delle specie coltivate e dalle tecnologie impiegate per la formulazione dei mangimi.
Scenari di crescita dell’acquacoltura e impatto sui mangimi
Un’analisi condotta da un team internazionale ha valutato tre possibili percorsi di sviluppo per l’acquacoltura, tutti basati su una previsione di aumento del 75 % della produzione entro il 2040 rispetto al 2020. Nel primo scenario, la crescita avverrebbe principalmente tramite colture a basso impatto, come alghe, molluschi e specie erbivore: in questo caso il 13-17 % del pescato sarebbe trasformato in mangimi. Il secondo scenario, più conservatore, mantiene l’attuale mix di specie, includendo salmoni, gamberi e altre carnivore, e porta la quota di pescato destinata ai mangimi al 29-38 %. Il più estremo, terzo scenario, privilegia le specie con alto valore di mercato, facendo salire la domanda di mangimi al 34-46 %.
Secondo le stime attuali, già il 20 % del pescato mondiale è dedicato alla produzione di farina e olio di pesce. Tara Ganesh, tra gli autori del rapporto, sottolinea che la scelta delle specie è cruciale: “l’impatto può variare tantissimo”. Altri responsabili delle politiche alimentari, invece, contestano la visione di una crescita così aggressiva, ricordando che l’obiettivo ufficiale della FAO è un aumento più moderato del 35 % entro il 2040, con un impegno costante nella riduzione della percentuale di pesce nei mangimi grazie a innovazioni tecnologiche.
La filiera del pesce a Milano: dalla costa al piatto
Milano, pur trovandosi a circa 140 km dal mare più vicino, è oggi uno dei principali snodi di pesce fresco in Italia. Il fenomeno nasce dalla combinazione di una domanda costante, una rete logistica avanzata e una rigorosa catena del freddo. I primi camion refrigerati arrivano al mercato ittico tra le due e le tre del mattino, trasportando orate, branzini, merluzzi dell’Atlantico e persino tonni sbarcati in volo cargo sull’aeroporto di Malpensa.
Il concetto di “fresco” non è sinonimo di “poco tempo dalla cattura”. Cesare Ferrero, dirigente del mercato, spiega che la freschezza dipende dalla corretta conservazione lungo tutta la filiera. Un pesce può essere stato pescato giorni fa, ma se mantenuto a temperature prossime al punto di fusione del ghiaccio e controllato su consistenza, colore e lucidità degli occhi, conserva qualità pari a quella di un prodotto appena issato a bordo.
Il ruolo dei controlli veterinari è centrale: la temperatura è solo una variabile. Paolo Tamborrino, responsabile dei controlli sanitari, elenca i parametri valutati – odore, consistenza della carne, aspetto delle branchie – per certificare la salute e la freschezza del prodotto. Il valore medio del pesce al mercato è più che raddoppiato negli ultimi otto anni, superando i 14 euro al chilogrammo, un segnale della capacità del mercato milanese di sostenere volumi elevati e prezzi premium.
Lo tsunami del 2011 in Giappone: ibridi di spinarello e evoluzione rapida
Un caso di studio sorprendente proviene dalla prefettura di Iwate, dove lo tsunami del marzo 2011 ha creato un nuovo bacino d’acqua dolce a Otsuchi, mescolando popolazioni marine e fluviali di spinarelli (Gasterosteus nipponicus e Gasterosteus aculeatus). Il risultato è stato la formazione di ibridi: nel 2012, il 38 % dei campioni era composto da esemplari con materiale genetico di entrambe le specie.
Il monitoraggio successivo, condotto per quasi dieci anni, ha mostrato una rapida sostituzione del patrimonio genetico marino da parte di quello d’acqua dolce. Entro il 2020, la maggior parte del genoma dei spinarelli presenti nel bacino era riconducibile alla specie di acqua dolce, in appena una decina di generazioni. Tale rapido spostamento è stato favorito da barriere riproduttive – come l’adattamento all’ambiente dolce, la scelta del partner e la sterilità dei maschi ibridi – e da incompatibilità genetiche diffuse.
Questo esempio dimostra quanto eventi catastrofici possano accelerare processi evolutivi che normalmente richiederebbero centinaia o migliaia di anni, offrendo un’ulteriore dimensione al dibattito su sostenibilità e gestione delle risorse ittiche.



