Il rumore delle crocchette che cadono nella ciotola è un rituale quotidiano per chi accudisce cani o gatti. La certezza di offrire un alimento completo, bilanciato e privo di rischi è alla base della fiducia del proprietario. Quando una ricerca ha evidenziato la presenza di microplastiche in tutte le confezioni analizzate, questa tranquillità è stata scossa, sollevando interrogativi su possibili conseguenze per la salute degli animali domestici.
Lo studio spagnolo e i risultati emersi
Un gruppo di ricercatori guidato da Claudio Casella ha analizzato campioni di cibo secco provenienti da cinque marchi commercializzati in Spagna. L’analisi, effettuata con microscopia e spettroscopia, ha identificato una media di 9,33 microplastiche ogni cinque grammi nei prodotti per cani e 4,07 particelle negli equivalenti per gatti. Tra le tipologie di polimeri rilevate spiccano polietilene (PE)polipropilene (PP) e PET. I risultati sono stati inseriti in un modello di valutazione del rischio, ma gli autori hanno sottolineato che tale modello non equivale a osservare animali malati per l’ingestione di quei prodotti.
Tipi di plastica identificati
Il polietilene è comunemente usato per imballaggi flessibili, il polipropilene per contenitori rigidi e il PET per bottiglie. La loro presenza nelle crocchette può derivare da contaminazioni durante la lavorazione, da frammenti di contenitori o da additivi plastici presenti nella formulazione del mangime. Tuttavia, il campione limitato a cinque marchi non permette di generalizzare sull’intero mercato spagnolo, né di trarre conclusioni sui prodotti venduti in Italia.
Cosa significano i numeri per la salute degli animali
Un valore numerico, per quanto apparente, non descrive da solo il potenziale “pericolo”. Per valutare il rischio è fondamentale considerare la dimensione delle particelle, la loro composizione chimica, la quantità di cibo consumata giornalmente e la durata dell’esposizione. Solo così è possibile ipotizzare se le microplastiche possano essere assorbite, accumulate negli organi o provocare infiammazioni. Al momento non esistono studi clinici che dimostrino un legame diretto tra l’assunzione di queste particelle e patologie specifiche nei cani o nei gatti.
Modello di rischio vs. evidenza clinica
Il modello proposto dagli autori combina la concentrazione trovata con scenari di consumo tipico, ma rimane una simulazione. La differenza tra “presenza nel cibo” e “effetto reale sull’organismo” è cruciale: una microplastica può attraversare il tratto gastrointestinale senza depositarsi, oppure può interagire con la flora batterica e scatenare reazioni. Per passare da ipotesi a evidenza è necessario condurre studi longitudinali che monitorino animali esposti e confrontino i risultati con gruppi di controllo.
Indicazioni pratiche per i proprietari e ruolo della filiera
Di fronte a questi dati, la risposta più immediata dei proprietari è spesso “cambiare alimentazione”. Tuttavia, una dieta casalinga non è automaticamente priva di microplastiche: acqua, ingredienti e utensili possono introdurre contaminanti analoghi. La scelta più sicura è valutare l’alimento commerciale considerando chi formula la ricetta, le certificazioni di controllo qualità e le pratiche di produzione. Le linee guida della World Small Animal Veterinary Association suggeriscono di affidarsi a diete bilanciate e supervisionate da un veterinario, anche quando si opta per preparazioni fatte in casa.
Responsabilità dell’intera catena produttiva
La comparsa di microplastiche è un problema che supera il singolo consumatore: coinvolge fornitori di materie prime, impianti di trasformazione e processi di confezionamento. Ampliare i campionamenti, testare lotti differenti e standardizzare le metodologie di analisi sono passi necessari per capire da dove provengono le contaminazioni e come limitarle. Una comunicazione chiara, che distingua i dati di laboratorio dalle stime di rischio e dagli effetti clinici osservati, è fondamentale per evitare allarmismi infondati e per dare al proprietario le informazioni più trasparenti possibili.
Nel frattempo, la strategia più ragionevole consiste nel mantenere una dieta adeguata, verificare la provenienza e la qualità del mangime e consultare il veterinario per eventuali dubbi. Solo con una ricerca più ampia e una filiera più trasparente sarà possibile fornire risposte definitive e garantire la fiducia dei proprietari nella ciotola dei loro amici a quattro zampe.



