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7 Novembre 2026

Tobia, il meticcio che ha cambiato il mio sguardo

Un viaggio tra ricordi, boschi e abitudini di un cane speciale che ha trasformato le passeggiate in un modo nuovo di abitare il presente.

Tobia, il meticcio che ha cambiato il mio sguardo

Ci sono incontri che si fanno strada a passi lenti, come le passeggiate tra boschi e scogliere in cui ogni respiro diventa memoria. Così è nato il mio cammino con Compagnino, che molti conoscono come Tobia: dodici anni accanto, tra sentieri e silenzi, con la natura a fare da bussola interiore. In questa relazione ho imparato a ritrovare il qui e ora, a lasciare che la semplicità si scolpisca nella giornata come una promessa.

Scrivo come Mariangela Corrieri, Presidente Associazione Gabbie Vuote ODV Firenze, ma soprattutto come persona che ha scoperto nel proprio cane un punto fermo nel paesaggio della vita. Compagnino non è solo un animale: è la mappa affettiva dei miei percorsi, la misura del tempo che si allarga quando corriamo incontro al vento e all’orizzonte.

Mariangela Corrieri e il compagno di cammino

L’ho chiamato Compagnino perché è la presenza discreta che accompagna ogni mia uscita. Mentre io contemplo farfalle, fiori e la linea mobile del mare, lui annusa l’aria, scivola tra i cespugli, torna indietro e riparte, come se il mondo avesse una grammatica da leggere col naso. In città o in campagna, d’estate sulle alte scogliere o d’inverno su spiagge deserte, il nostro passo congiunto è diventato un rituale di fiducia.

La nostra intesa vive di piccoli segnali. Se svolta a destra e mormoro “di qua”, eccolo cambiare traiettoria e prendere a sinistra. Nelle ore calme di casa, basta che si fermi sotto la scatola di latta dei biscotti e alterni lo sguardo tra me e il coperchio: nessuna parola necessaria, il dialogo è tutto negli occhi e in quel gesto lieve che vale una richiesta.

Ritratto di Tobia, meticcio di Breton

Il suo nome di anagrafe è Tobia. È un meticcio di Breton, nato da madre Breton e da un padre minuscolo e insondabile, un incrocio che ha regalato a Compagnino una figura compatta e una curiosità inesauribile. La sua storia porta in sé una svolta decisiva: «Compagnino è stato tolto alle grinfie mortali di un cacciatore.» Da quel momento, ogni corsa all’aria aperta è stata una restituzione di libertà, un modo per dire al mondo che la vita sa rammendare gli strappi.

Oggi ha 12 anni. Lo guardo invecchiare con la tenerezza che si ha per le cose rare. So che un giorno dovrò salutarlo, e non so come riempirò il vuoto che lascerà. Nel frattempo, però, la sua presenza è un orizzonte abitabile: quando corre felice tra i colli e nella macchia, mi sento nuova di zecca, senza passato e senza futuro, interamente consegnata al presente.

La voce del ricordo: Gino e la paura che resiste

Ci sono episodi che rimangono incisi, piccoli chiodi nella memoria. Se dico: «Tobia, c’è Gino!», lui si mette all’erta e comincia a ringhiare. Gino, un meticcio di maremmano e dalmata, un giorno lo ha morso, e il corpo non ha dimenticato. In quel ringhio c’è l’ombra di un passato che non si cancella del tutto, ma anche la lezione della prudenza: riconoscere i segni, farsi largo con rispetto.

La “pina” e la piccola felicità delle cose semplici

In Toscana la pigna diventa “pina”, e basta dirlo: “Vai a prendere la pina!” per vederlo scattare e tornare con il trofeo tra i denti. È un gioco antico e sempre nuovo, che per me vale come una cartolina di felicità. Niente è eccessivo o retorico: è l’essenzialità a dare forma alla gioia, quella che si nutre di cose piccole e precise.

Abitudini, strada e quel presente che salva

In auto ha il suo posto: si sistema “affacciato” alla spalliera del sedile posteriore, eretto sulle zampe posteriori come una sentinella. Che il viaggio duri due o duecento chilometri, lo ritroviamo lì, piccola “vedetta lombarda” che scruta la strada e dà voce al mondo. Se compare un cane, abbaia: forse per dire “io sono un privilegiato”, forse per festeggiare l’incontro da lontano. Con l’età ha esteso il suo repertorio: adesso dà il benvenuto rumoroso anche a gatti, piccioni e persino ai passeggini.

Questa attenzione vigile si scioglie, però, in una tenerezza quotidiana. Bastano due occhiate coordinate alla scatola dei biscotti per far partire una trattativa muta ma efficacissima. E quando la strada si divide, un mio cenno basta a orientarlo. È un vocabolario minimo, costruito su fiducia e ascolto, che mi ricorda come gli affetti più veri vivano di ritmi e cure ripetute.

Uno spazio nel paesaggio interiore

Compagnino è, per me, uno spazio luminoso dentro il paesaggio della vita: semplicità, innocenza, gioia. Nel suo correre io respiro più largo; nel suo annusare scopro dettagli che avevo smesso di notare. La natura torna a essere una casa che mi riconosce e mi include, non la quinta lontana di una scena: mi sento parte viva, non un’ombra tagliata sulla parete.

Ogni giorno ripete la stessa domanda gentile: “Andiamo?”. E ogni volta la risposta è sì. Perché in quel sì c’è la messa a fuoco di tutto: camminare, guardare, ascoltare. Lo ripeto in silenzio quando lo osservo dormire: caro Tobia, mio Compagnino, resta con me finché puoi. Caro Tobia, mio Compagnino, non morire mai!

Autore

Cristian Castiglioni

Cristian Castiglioni, veneziano, iniziò come blogger dopo aver postato una guida sui bacari e ricevuto centinaia di messaggi: quella reazione spinse la sua trasformazione in redattore. Cura contenuti amichevoli e porta in redazione appunti fotografici di vaporetto e cicchetti.