Negli ultimi anni la gestione dei predatori selvatici è diventata una delle sfide più pressanti per le zone montane del Nord-est. In Veneto, dove contano più di settecento malghe considerate patrimonio culturale, le autorità hanno deciso di sperimentare una soluzione inedita: impiegare cani robot per tenere a distanza i lupi. L’iniziativa, inserita nel quadro del progetto denominato “Heimat, lupo e malghe in Veneto”, nasce da una collaborazione tra l’Agenzia regionale per l’agricoltura, il Centro Levi Cases dell’Università di Padova e il dipartimento di ingegneria della Università di Sassari. L’obiettivo dichiarato è ridurre le predazioni senza ricorrere a metodi letali, affidandosi a tecnologie ottiche, sonore ed elettromagnetiche.
Il progetto e le risorse impegnate
Il bilancio iniziale prevede una spesa di 105.803 euro, a cui si aggiungono altri 182.000 euro per l’assistenza tecnica dell’Università di Sassari. Il capitale è destinato all’acquisto, alla personalizzazione e alla manutenzione di unità robotiche della ditta Boston Dynamics, modello Spot. Questo dispositivo pesa circa trenta chilogrammi, è alimentato da una batteria che garantisce circa novanta minuti di autonomia e può operare in condizioni di scarsa visibilità, pioggia, fango o terreno accidentato. Grazie a sensori avanzati, Spot è in grado di rilevare la presenza di un predatore e di attivare segnali acustici e luminari studiati per spaventare gli animali.
Le autorità regionali hanno immaginato che l’impiego di questi cani robot possa sostituire, almeno in parte, l’uso di animali vivi da guardia, riducendo il rischio di incidenti per il personale umano e per gli stessi cani. Inoltre, la presenza di una macchina dotata di movimenti agili e stabilità su superfici irregolari dovrebbe garantire una copertura più capillare delle aree di pascolo, soprattutto nei dirupi e nei sentieri rocciosi dove i cani tradizionali trovano difficoltà.
Le critiche di Stefano Valdegamberi e il dibattito pubblico
Il consigliere regionale Stefano Valdegamberi, esponente di Futuro Nazionale e rappresentante della comunità montana della Lessinia, ha sollevato una forte opposizione al progetto. In una nota pubblica ha definito “fantascienza pagata con i soldi dei contribuenti” l’investimento di settantamila euro per singolo cane robot e ha richiesto alla Regione di rendere trasparenti i risultati ottenuti finora. Valdegamberi ha evidenziato le difficoltà operative di Spot in condizioni ambientali tipiche delle malghe venete: fango, gelo, pendenze ripide e maltempo prolungato potrebbero compromettere sia la longevità della batteria sia la capacità di generare segnali intimidatori efficaci.
Il consigliere ha citato, come esempio, l’esperienza giapponese dove, nonostante l’impiego di robot simili per allontanare gli orsi, i risultati si sono rivelati limitati e hanno portato, nel periodo 2025-2026, all’eliminazione di circa 14.000 orsi. Secondo Valdegamberi, il costo complessivo, stimato intorno ai 70.000 euro per unità, non è giustificato rispetto a metodologie tradizionali più economiche, come l’impiego di cani da guardia addestrati, recinzioni elettrificate o, in ultima istanza, l’abbattimento selettivo dei predatori in sovrannumero.
Alternative operative e prospettive future
Nel dibattito emergono proposte alternative che puntano a soluzioni più radicate nella tradizione locale. I cani da pastorizia, già presenti nelle malghe da secoli, dimostrano una capacità di deterrenza basata su odori e suoni naturali, senza necessità di manutenzione tecnica. Altri suggerimenti includono la creazione di barriere vegetali o il potenziamento di sistemi di monitoraggio tramite telecamere e droni, che consentirebbero un intervento più tempestivo delle forze dell’ordine. Tuttavia, la Regione ha sottolineato che la sperimentazione è ancora in fase preliminare e che i dati preliminari saranno pubblicati entro i prossimi mesi, consentendo una valutazione più oggettiva dell’efficacia dei cani robot rispetto alle alternative tradizionali.



