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20 Settembre 2026

Il vecchio del pollaio e la libertà delle sue galline

Un anziano sfugge al mondo e ritrova respiro accudendo galline in un casolare abbandonato, tra lavoro instancabile e memorie che non tacciono.

Il vecchio del pollaio e la libertà delle sue galline

C’è un uomo che ha scelto la periferia del mondo per ricominciare a respirare. Non cerca applausi, non desidera sguardi: preferisce il fruscio del granturco, la polvere sulle strade bianche, il lento scorrere delle stagioni. La sua compagnia sono galline che non definiresti mai “stupide”: hanno nomi, abitudini, una piccola grammatica di movimenti e richiami che lui comprende. In quella che per altri è una fattoria improvvisata per lui esiste un luogo dove il dolore non scompare ma si fa, per qualche ora, sopportabile.

Il vecchio ha un passo irregolare, un’andatura segnata dalla fatica. L’alba lo trova a inforcare la bicicletta e a imboccare il sentiero che taglia viti e campi di granturco. Né il sole d’estate né il gelo d’inverno scuotono il suo ritmo: ciò che conta è arrivare al recinto, aprire il lucchetto, salutare le sue compagne con una carezza. Tra lui e gli animali esiste un patto, una alleanza silenziosa fatta di presenza e attenzione, che gli restituisce quella briciola di senso che altrove non trova più.

Un casolare abbandonato, un recinto e un mondo intero

Le galline vivono nel perimetro di una vecchia casa colonica caduta in disuso. Il recinto è ampio, quasi una promessa di libertà. Il vecchio ha costruito nidi comodi, ha steso reti, ha sistemato ciotole profonde perché l’acqua non manchi. Ogni dettaglio è pensato con scrupolo: il posatoio all’ombra, il grano distribuito a piccoli mucchi, la pazienza con cui controlla le uova una per una. Quando una chioccia cova, lui si fa guardiano e testimone, inchiodato dal battito più lieve, attento alla schiusa come fosse la prima e l’ultima della storia.

Non c’è calcolo nelle sue giornate. Il denaro non fa testo, le spese scivolano fuori dai conti. D’estate spigola nei campi abbandonati e riempie sacchi di grano con una ostinazione che rasenta la devozione. Il sole incide sul viso solchi profondi, ma il dolore del corpo diventa un espediente per placare quello della mente. Dentro di lui, rimorsi appuntiti lavorano come aghi: una moglie e un figlio perduti, storie troppo pesanti per una notte sola. Così si getta nella fatica, perché le braccia stanche diano tregua ai pensieri che non si fermano mai.

Parole senza voce e carezze con le piume

Lui parla alle galline e le galline, a modo loro, rispondono. Si avvicinano, lo sfiorano, gli saltano sulle spalle. Nel suo linguaggio, non sono “bestie” ma creature. Nessuna verità scontata, nessun destino di uccisione la vita che hanno è una vita piena, degna, com’è degno ogni respiro. Lo si vede vibrare di ansia quando una faina assalta il recinto: si piega su se stesso, conta i corpi, ripete a bassa voce lo strazio di una sconfitta. Anche allora, tuttavia, torna a sistemare le reti, a rinforzare il perimetro, come chi ha imparato che la cura è un verbo quotidiano.

A mezzogiorno si siede su una sedia vecchia, tira fuori il tascapane. Mangia piano, senza appetito: il cibo è un atto di giudizio non un piacere. Intanto le galline gli si accostano, lo sorvegliano da vicino. La loro presenza funziona da balsamo, una compagnia leggera che non pretende nulla e dice tutto. Tra una carezza e una briciola di pane, lui riordina il respiro, accende una sigaretta, guarda lontano. Hanno detto che non dovrebbe fumare, ma il corpo è un vestito che sente ormai estraneo; ciò che conta, per lui, è restare lì, dove il tempo smette di morderlo.

La strada del ritorno e l’assedio delle ombre

Il pollaio è un lusso non per ricchezza ma per ordine: acqua pulita, grano misurato, nidi ritti, un perimetro che tiene. Le mani non si fermano: riempire, distribuire, sistemare, cercare. Ogni gesto ha un posto, ogni cosa una sequenza. Non può mancare, non un giorno: gli animali sentirebbero l’assenza come una fenditura nella routine. Solo verso sera, quando la luce smorza, lui si stacca con riluttanza. Negli occhi la malinconia del distacco, nelle gambe la strada del ritorno, nella schiena il peso di qualcosa che non ha nome.

È in quel momento che i fantasmi, rimasti a distanza per tutto il giorno, tornano a chiedere posto. Uno dopo l’altro, affollano la sua mente lucida: storie vecchie, errori che non perdonano, perdite che non si chiudono. Sarebbe inutile urlare, si dice; le ombre non scappano. Si siedono sul bordo del letto e impediscono il sonno costringono il passato a farsi presente. E tuttavia, al mattino, il patto si rinnova: le stesse mani scuotono la polvere dal tascapane, gli stessi piedi riprendono il sentiero, lo stesso recinto si apre con un cigolio che ha il suono di una promessa.

Qualcuno, passando accanto al casolare, lo vede all’opera: un uomo chino che parla a bassa voce, un gruppo di galline che ascoltano nella loro lingua discreta. C’è chi sorride, chi scuote la testa, chi pensa “che strana vita”. Ma per lui, lì, la solitudine diventa abitabile. Non c’è redenzione tonante, nessuna consolazione trionfale, solo l’ostinazione del prendersi cura. Se un giorno il sole dovesse fermarlo tra le spighe o il freddo inchiodarlo tra le erbe, non sarebbe per abbandono: sarebbe per coerenza, per la stessa disciplina con cui si è tenuto in piedi fino all’ultimo.

Questa storia appartiene alla Natura e ai suoi interstizi: tra una piuma e un granello di mais, tra uno sguardo e un richiamo, scorre la possibilità di una vita che, pur ferita, resta viva. Chi ama gli animali conosce questo codice: non è magia, è attenzione; non è redenzione lampante, è un filo tenace che lega chi resta. In quella soglia fragile vive il vecchio del pollaio, e in quella soglia forse ciascuno di noi può riconoscere un rifugio.

Autore

Cristian Castiglioni

Cristian Castiglioni, veneziano, iniziò come blogger dopo aver postato una guida sui bacari e ricevuto centinaia di messaggi: quella reazione spinse la sua trasformazione in redattore. Cura contenuti amichevoli e porta in redazione appunti fotografici di vaporetto e cicchetti.