Da sempre, gli esseri umani utilizzano i nomi per identificare e richiamare gli individui. Ma cosa succede nel regno animale? Recenti studi suggeriscono che alcune specie potrebbero utilizzare segnali vocali specifici per riferirsi a singoli individui, un comportamento che potrebbe assomigliare all’uso dei nomi.
Questa scoperta solleva una domanda fondamentale: cosa significa davvero, per un animale, avere un nome? Gli scienziati stanno ancora cercando di definire i criteri per identificare un suono come un vero e proprio nome nel mondo animale.
I delfini e i loro fischi firma
Tra le specie studiate, i tursiopi una specie di delfino, mostrano il caso più solido. Già dagli anni Sessanta, gli scienziati hanno scoperto che questi delfini sviluppano un fischio firma una vocalizzazione caratteristica che identifica il singolo individuo. Gli altri delfini possono imparare e riprodurre quel particolare fischio per attirarne l’attenzione o ristabilire il contatto.
Gli esperimenti hanno mostrato che i delfini riescono a riconoscere un individuo dalla struttura del suo fischio anche quando questo viene prodotto da un’altra voce. Questo elemento rende il caso particolarmente interessante, poiché il suono potrebbe funzionare come un’etichetta separata dall’animale che lo pronuncia.
Gli elefanti e i loro richiami profondi
Anche gli elefanti africani sembrano fare qualcosa di simile. Un gruppo di ricercatori ha analizzato le loro profonde vocalizzazioni a bassa frequenza e ha trovato indizi che alcuni segnali siano destinati a individui specifici. Negli esperimenti, gli elefanti tendevano ad avvicinarsi più rapidamente e a vocalizzare maggiormente quando dagli altoparlanti veniva riprodotto quello che i ricercatori avevano identificato come il loro possibile nome.
L’ipotesi è affascinante, soprattutto perché gli elefanti vivono in società estremamente complesse, con gruppi che si separano e si riuniscono continuamente. Poter richiamare un individuo specifico, anche quando non è visibile, potrebbe essere un enorme vantaggio. Tuttavia, i risultati hanno ancora bisogno di ulteriori conferme per dimostrare che quei suoni siano davvero nomi nel senso più stretto del termine.
I pappagalli e le etichette vocali
Nei piccoli pappagalli sudamericani della specie Forpus conspicillatus esperimenti condotti con la riproduzione delle vocalizzazioni suggeriscono che possano esistere segnali usati per riferirsi ad altri individui. Un altro indizio arriva dai pappagalli che vivono con gli esseri umani. Un recente sondaggio su circa 800 animali ha rilevato che molti imparano etichette vocali utilizzate dalle persone per indicare specifici membri della famiglia.
Alcuni proprietari hanno persino raccontato comportamenti sorprendenti: pappagalli che sembravano correggere chi utilizzava il nome sbagliato o che chiamavano correttamente tutti gli umani e I Cani della casa. Tuttavia, imparare a usare una parola nel contesto giusto non significa necessariamente comprenderla come noi comprendiamo un nome.
Le scimmie e il dibattito scientifico
Uno studio sulle marmosette ha suggerito che questi piccoli primati possano indirizzare vocalizzazioni specifiche a individui diversi e che tali segnali vengano appresi all’interno del gruppo familiare. Tuttavia, non tutti sono convinti che si tratti di veri nomi. Secondo la psicologa cognitiva Kelly Jaakkola, alcuni dei risultati potrebbero essere spiegati semplicemente con l’imitazione delle vocalizzazioni degli altri animali.
In altre parole, una scimmia potrebbe ripetere un richiamo associato a un compagno senza necessariamente utilizzare quel suono come una vera etichetta mentale per rappresentarlo. La differenza può sembrare sottile, ma è enorme: copiare un suono non è necessariamente la stessa cosa che usare un simbolo per indicare qualcuno.
I criteri per identificare un nome
In un lavoro pubblicato nel luglio 2026, Jaakkola e i suoi colleghi hanno proposto tre criteri minimi per cercare di capire se un richiamo animale possa essere davvero considerato un nome. Il primo è il riferimento individuale quel segnale deve essere rivolto o associato a uno specifico individuo. Il secondo è la rappresentazione simbolica il suono deve funzionare nella mente dell’animale come qualcosa che rappresenta quell’individuo. Il terzo è il significato condiviso almeno due individui devono associare quello stesso segnale alla stessa persona o animale.
Applicando questi criteri alle prove disponibili, i delfini sembrano essere per ora i candidati più convincenti. Per elefanti, pappagalli e marmosette gli indizi sono promettenti, ma non ancora sufficienti per chiudere definitivamente il caso.
Le specie in cui sono stati osservati comportamenti simili hanno almeno due caratteristiche in comune: sono molto sociali e possiedono una notevole capacità di imparare nuovi suoni. In comunità dove gli animali si dividono continuamente in sottogruppi e i compagni possono trovarsi fuori dalla vista, poter richiamare proprio quell’individuo, e non semplicemente emettere un generico segnale di contatto, potrebbe essere particolarmente utile.



